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“Carlo Del Teglio, un poeta di
casa nostra”
Quando Carlo Del Teglio morì nel gennaio
del 1988, era già senza dubbio un poeta noto e riconosciuto. Ne sono conferma le
pubblicazioni dei suoi testi poetici con case editrici come Cappelli, Guanda e
Mondadori, e le numerose recensioni sulle sue opere, di poeti e scrittori come
Giovanni Titta Rosa, Luciano Erba, Vittorio Sereni, Giuseppe Pontiggia,
Alberico Sala, Luigi Santucci, Maria Luisa Spaziani e tanti altri ancora. La
poesia di Carlo Del Teglio, lontana da impegni programmatici, fu specchio di
una condizione di disagio dovuta al lacerante contrasto fra natura e cultura,
che il poeta subì vivendo a Lecco dove si era trasferito subito dopo la guerra
dalla nativa Premana. Vi era nato nel 1926, riconoscendosi più tardi “una scheggia di schisto dei suoi monti, un
albero dei suoi boschi, una treccia d’acqua di torrente che scorre inesausta
per le sue valli. Insomma un’entità naturale”, piuttosto che una parte
del suo popolo che “l’aspra lotta
millenaria ha forgiato come le sue fucine forgiano un pezzo d’acciaio per farne
lame splendide e taglienti, quelle che l’hanno reso famoso in tutto il mondo”.
Il suo dramma fu di sentirsi celta in un mondo romano cristiano nel quale fu
costretto a vivere. Un contrasto che Del Teglio non esitò a dichiarare “attraverso i suoi versi che sono sempre una
confessione del suo amore per la natura e del suo sentimento di estraneità alla
civiltà borghese”. Celta, dalle concezioni naturalistiche intorno
all’esistenza a quelle sull’amore e sulla donna, dalle idee intorno
all’immortalità dell’anima al sentimento del tempo e al senso del sacro e del
divino, sentì queste cose come “radici recise” destinate a sicuro appassire,
conferendo al suo canto un tono di mesta elegia (a differenza di Rimbaud dove
il celtismo diventa cultura alternativa alla tradizione romano-cristiana). Sono
solo alcuni tra gli aspetti critico-letterari del saggio, non tutti, ma sufficienti
per dare risalto a una poetica che distingue Del Teglio nell’immenso mare del
conformismo letterario contemporaneo. (Giuseppe Leone)
Venerdì 25 giugno 2010 - PREMANA
In questa data il Melabò ha realizzato,
nella “sua” Premana, uno spettacolo poetico-musicale intitolato:
“IL FABBRO E
Viaggio
poetico-musicale fra antichi mestieri e moderne invenzioni
Si tratta di un percorso ispirato al
racconto storico “Il fabbro e la fortuna” di Carlo Del Teglio, ambientato nel
XVI secolo, in cui l’autore - celebrando le vicende del giovane Marsio De
Lusignoli, che, in cerca di fortuna, va a lavorare come fabbro in un arsenale
di Venezia, per finire poi a combattere a Lepanto (1571) al seguito di un capitano
spagnolo - rende un atto di omaggio alle virtù morali e civili dell’intera
comunità di Premana, nelle cui tradizionali connotazioni egli si riconosce con
inalterabile fedeltà. E non solo, ne esalta anche “l’aspra lotta millenaria che
ha forgiato il suo popolo come le sue fucine forgiano un pezzo d’acciaio per
farne lame splendide e taglienti”.
Il Melabò, allora, prendendo spunto
da questi elementi, ha rivisitato la secolare attività dei fabbri di Premana,
in letteratura, attraverso il citato racconto di Carlo Del Teglio; e in musica,
attraverso brani rinascimentali, ma anche canti popolari e di lavoro
tradizionali, non trascurando di portare lo sguardo anche sul locale Museo
Etnografico, dove Premana evidenzia orgogliosa la sua storia e il suo avvenire.
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ANAMNESI
Oggi venti settembre sotto i rami
bassi d'un rosso larice impiccato
a una cengia lassù di Valvarrone
una chrotta a sei corde ho
ritrovato
patinate dai secoli le due
semilune di corno d'un collàbo
dosso allentato tutto da accordare
ma intatto lo strumento che fu
d'un citaredo celtico braccato,
dalle astate legioni risalenti
su dagli acquitrinosi piani
insubri
verso i miei aspri gioghi
cisalpini.
(Carlo Del
Teglio)
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